Accadde a Firenze, a Novembre

Accadde a Firenze, a Novembre

" GARIBALDI FU FERITO"

Il 23 Novembre 1862 all'Ospedale di Pisa, Ferdinando Zannetti, cittadino Fiorentino, medico chirurgo, estrae dal malleolo del piede destro di Giuseppe Garibaldi un proiettile di fucile sparatogli accidentalmente da fuoco amico, mentre tenta di sedare una lite fra i suoi soldati. Il fatto avviene in Aspromonte il 28 Agosto dello stesso anno. L'esito dell'operazione è positivo ed alcuni mesi più tardi, completamente ristabilito, il Generale invia al medico una lettera di ringraziamento e di gratitudine. Da questo episodio è scaturita la famosa strofetta:  "Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion" .

LA MADONNA DEL TABERNACOLO

A Firenze, nel Novembre del 1427 presso il Tabernacolo dedicato alla Vergine, posto in Piazza della Padella, ora Via dei Pescioni, nella parte absidale dell'attuale Chiesa di San Gaetano, si verificò un fatto straordinario: la Madonna, che fino ad allora confortava i viandanti con il suo sorriso, chiuse i suoi occhi azzurri. La notizia corse per tutta la città e il popolo collegò subito l'evento alla  presenza di una  "stufa" posta proprio davanti al Tabernacolo. Le "stufe" erano locali adibiti a bagni pubblici, nei cui sottosuoli scorreva acqua sorgiva riscaldata dall'incendio di cataste di legna. In questi luoghi si praticavano attività accessorie di ristoro e di svago, che con il tempo, si erano trasformate in luoghi di vizio e di prostituzione. L'offesa alla Madonna fu palese nell'interpretazione del popolo Fiorentino, il quale ritenne la chiusura dei Suoi occhi una "sacrosanta" giusta reazione. La richiesta di cessazione delle attività accessorie della "stufa"  fu recepita dalle Autorità che provvidero immediatamente ad emanare l'ordinanza di divieto.

"L'ARNO DA' DI FUORI"

" Il fiume è accolto tra le mura e nel mezzo delle case nella sua qualità di fiume, forza benefica e insidiosa, con la quale non è lecito indulgere a debolezze... è catturato dai muraglioni e procedendo verso il cuore della città rinserrato nella sua petrosa fossa.."

Mario Luzi, cosi descrive l'Arno.

Il 4 Novembre 2016 ricorre il cinquantenario dell'alluvione a Firenze. Facciamo un salto indietro e ripercorriamo le precedenti e più significative esondazioni tra le tante documentate nella storia della nostra città. La prima risale al 4 Novembre 1333. L'alluvione del 4 Novembre 1333 (da notare lo stesso giorno dell'ultima), fu catastrofica anche se il livello delle acque non raggiunse quello delle inondazioni successive. La mancanza di protezioni, la scarsità di opere nella regimazione delle acque e la precarietà degli argini, provocarono numerosi danni e vittime. Tutti i ponti esistenti all'epoca crollarono salvo quello di Rubaconte (Ponte alle Grazie). Il Ponte Vecchio fu ricostruito, nelle forme attuali, nel 1345 da Neri di Fioravante e Taddeo Gaddi. Il Ponte di Santa Trinita fu eretto molto più tardi, nel 1415. Il Ponte alla Carraia, ritenuto essenziale per il passaggio dei carri, da qui il nome, fu invece riedificato prontamente l'anno seguente alla distruzione, da Fra Giovanni da Campi su disegno di Giotto. Giovanni Villani , raccontando l'alluvione del 1333, cita la scomparsa nelle acque della statua di Marte che si trovava nei pressi dell'attuale Piazza del Pesce. Il cronista, nei suoi scritti, ci riferisce che dalle antiche letture latine la scomparsa o lo spostamento della statua sarebbe stato di cattivo presagio per i Fiorentini. La peste nera di qualche anno più tardi ne fu purtroppo la conferma. L'alluvione del 13 Settembre 1557 è considerata la più distruttiva di tutte. "L'Arno insieme alla Sieve irrompe a precipizio" così recita la lapide di San Niccolò. La città ebbe due terzi invasi dalle acque, crollarono edifici e palazzi vicini agli argini e si contarono centinaia di morti e ingenti danni strutturali anche in altre zone della città. Due i ponti che si salvarono: il Ponte Vecchio e il Ponte di Rubaconte (Ponte alle Grazie) che opposero resistenza non solo alla forza della corrente ma anche ai numerosi tronchi di alberi sradicati abbattutisi sulle pigne. Il disastro obbligò il Governo della Città ad inasprire le già pesanti tassazioni per poter ricostruire edifici e infrastrutture. Purtroppo non furono inclusi nelle opere nuovi dispositivi di sicurezza per la regimazione delle acque. Il Ponte a Santa Trinita verrà ricostruito nel 1571 da Bartolomeo Ammannati su disegno di Michelangelo con un nuovo efficace modulo in pietra forte, a tre arcate a linee curve. Il Ponte alla Carraia, sarà ricostruito nel 1569 sempre da Bartolomeo Ammannati in pietra forte, a 5 arcate a linee curve. La lapide posta sulla facciata della Chiesa di San Niccolò tradotta dal latino, così recita:  "L'Arno ancora insieme alla Sieve irrompe a precipizio e prostra la sua Fiorenza turrita, i campi, i ponti, le mura , i templi, gli uomini" . L'alluvione del 3 Novembre 1844 è stata, in ordine di tempo, l'ultima tra le più disastrose del passato, prima del 4 Novembre 1966. Lo straripamento dell'Arno e della Sieve provocarono inondazioni non solo in città ma anche nelle campagne circostanti, nel Mugello e nella piana Fiorentina. Le acque del fiume invasero la città nel mattino di domenica ed irruppero con più violenza nelle zone di San Niccolò e Santa Croce, arrivando all'altezza dei primi piani delle case. L'insistenza del maltempo che continuava a flagellare Firenze e i pochi mezzi di soccorso disponibili (i più erano rimasti sommersi nei magazzini), misero a dura prova la nostra città. Il dinamismo e l'energia del Granduca Lepoldo II° non tardarono comunque a dare una spinta propulsiva a tutti i soccorritori comandati dal Gonfaloniere Rinuccini, il quale ebbe incarico di coordinare i corpi speciali del Granducato, pompieri, carabinieri e polizia, in un' azione comune organizzata con risultati significativamente efficaci. Il Granduca manifestò una forte attenzione ai problemi dei cittadini colpiti. Assunse iniziative personali recandosi lui stesso a bordo di barche a compiere opere di salvataggio, mise a disposizione degli sfollati alcuni appartamenti di Palazzo Pitti, dette incarico di distribuire sussidi immediati ai più bisognosi. In seguito furono effettuate opere di consolidamento degli argini, innalzamento delle spallette e la messa in opera di cateratte al termine delle condotte fognarie che si affacciavano sull'Arno. I Ponti cittadini rimasero intatti. Furono poi le mine tedesche, nel 1944, a distruggerli di nuovo. Solo il Ponte Vecchio si salverà per il provvidenziale intervento del Comandante Tedesco Gerhard Wolf, che nonostante l'ordine perentorio giunto da Berlino, decise di non farlo saltare. Per tale gesto di coraggio, e per altri meriti, il Comandante riceverà alcuni anni dopo, la cittadinanza onoraria dal Comune di Firenze.

SAN MARTINO, I TRABICCOLI E L'ESTATE

Fino ai primi decenni del Novecento, l'11 Novembre, nel giorno di San Martino, si svolgeva sul Ponte Santa Trinita ed all'inizio di Via Maggiore (Via Maggio), la "Fierucola dei Trabiccoli", una simpatica fiera locale dove si vendevano utensili ed altri oggetti necessari all'uso domestico popolare. In particolare, i " trabiccoli" ed i "preti". Questi attrezzi servivano per riscaldare il letto ed asciugare i panni nei mesi più umidi e freddi. Composti da leggere assicelle di legno messe insieme con chiodini minuti, avevano forme diverse. Il "trabiccolo" era simile ad una gabbia, con stecche di legno curve ad arco, a forma di cupola. Il "prete" aveva un'intelaiatura rettangolare composta da strette assi a sagoma bislunga rialzata al centro. Su ambedue, nella parte alta centrale, era posta una piccola lastra metallica protettiva alla quale era fissato un gancio. Uno scaldino, riempito di carbone avanzato dai fornelli, veniva appeso al gancio e l'attrezzo così preparato era posto sotto le coperte del letto pronto per diffondere il necessario e desiderato calore prima di coricarsi. Il "trabiccolo" era anche usato per asciugare la biancheria, specialmente quella dei bambini. Gli scaldini erano di terracotta e si dividevano in veggi e cecie. Il veggio, con manico tondo e base rialzata, era usato in maggioranza dalle donne per scaldarsi le mani e i piedi, mentre la cecia, più bassa e piatta alla base, era quella che veniva appesa ai trabiccoli. In questa fiera, si svolgeva anche un piccolo commercio di artigianato povero. Si vendevano prodotti utili per la famiglia, come culle, ceste e panieri. Gli stessi artigiani mettevano in mostra i loro manufatti e i chiassosi richiami che emettevano per attirare i compratori, animavano festosamente la fiera. Alla sera erano molti gli oggetti venduti, le donne erano soddisfatte per i loro utili acquisti e i venditori felici per i buoni affari conclusi. I venditori, allontanandosi per tornare a casa, intonavano allegre canzoni spingendo i barrocci ormai vuoti.  "L'estate di San Martino dura tre giorni e un pochino" , questo è il detto popolare legato al giorno dell'  11 novembre.  Questo proverbio deriva dalla situazione meteorologica tipica della stagione autunnale. Quando le giornate di pioggia sono più frequenti e la temperatura si abbassa gradualmente, si verifica spesso un ritorno, per un breve periodo, di giornate caratterizzate da un clima più mite, culminanti nel giorno di San Martino. Per voce popolare, il detto è anche legato alla leggenda di Martino, soldato Romano che durante le ispezioni ad alcune guarnigioni in Gallia, in una giornata invernale fredda e nevosa dell'anno 334, si imbatté in un povero mendicante ricoperto di stracci e inebetito dal freddo. Mosso a compassione gli donò metà del suo caldo mantello di pecora, senza sapere che il viandante fosse Gesù stesso. Subito dopo, per volere Divino, il sole tornerà a splendere e la temperatura si farà più mite. Martino, la notte successiva, sognò Gesù nell'atto di mostrargli la metà del suo mantello e questo evento miracoloso lo porterà a lasciare la carriera militare e ad intraprendere il percorso pastorale. Sarà proclamato Santo dopo la sua morte, avvenuta in Francia nell'anno 397.

CARLO COLLODI

Nasce a Firenze con il nome di Carlo Lorenzini il 24 Novembre 1826 . La madre diplomata come maestra elementare, fa la cameriera per la nobile famiglia Garzoni Venturi nella tenuta di Collodi, nei pressi di Pescia. Il padre di umili origini lavora come cuoco presso i Marchesi Ginori a Firenze. L' infanzia passata felicemente a Collodi, anche luogo di nascita della madre, lo ispirerà nella scelta dello pseudonimo che lo renderà famoso in tutto il mondo. Primogenito di una numerosa famiglia, frequenta la scuola elementare a Collodi ospite di una zia. La madre si era trasferita a Firenze presso i Marchesi Ginori. Dopo le scuole elementari viene iscritto con sorpresa al Seminario di Colle Val d'Elsa, nonostante il suo carattere vivace ed irrequieto, spesso insofferente alle regole della società. Passa poi ai Padri Scolopi dove riceve il diploma che gli consentirà di esercitare la professione a lui più cara, quella di giornalista. Acceso sostenitore delle idee Mazziniane, partecipa attivamente ad alcune rivolte risorgimentali negli anni '48 e '49. Successivamente, in un periodo sereno per la famiglia, anche grazie all'apporto economico dato dal fratello Paolo, alto dirigente della Manifattura Ginori, inizia nel 1850 la carriera di giornalista compiendo numerosi viaggi nella sua Toscana. Durante i vari spostamenti, Collodi coglie dai personaggi delle campagne e delle città, i lati più spiritosi e curiosi, fatti di storielle, di racconti fantastici, di leggende bizzarre, espressi nei vari idiomi e dialetti. Questa minuziosa ricerca antropologica, gli servirà per scrivere l'eccezionale capolavoro "Le avventure di Pinocchio". La prima pubblicazione, a puntate, avviene il 7 Luglio del 1881 sul "Giornale dei Bambini", riscuotendo subito un successo clamoroso. Il romanzo, in volume, sarà poi pubblicato nel 1883 dall'editore Felice Paggi di Firenze e da allora si conteranno 187 edizioni tradotte in 240 lingue. "Le avventure di Pinocchio" è l'opera più diffusa e tradotta nella storia della letteratura Italiana. Oltre a Pinocchio, Collodi scrive altri libri per ragazzi fra i quali "Giannettino" e "Minuzzolo". La sua attività giornalistica lo porta spesso a collaborare con i periodici del tempo, occupandosi di recensioni ed articoli riguardanti le arti e la cultura in genere. Carlo Lorenzini, detto Collodi, muore a Firenze il 26 Ottobre del 1890 ed è sepolto nel Cimitero delle Porte Sante.

I SANTI E LE OCHE

Il 1° Novembre di ogni anno si celebra la festa di Ognissanti. La ricorrenza ha inizio nel lontano VIII secolo per volontà di Papa Gregorio III, il quale vuole celebrare nel Regno Franco "tutti i Santi Martiri e Confessori e tutti i Giusti che riposano in pace in tutto il mondo". La scelta della Chiesa fu dettata dalla necessità di impiantare la liturgia Cristiana sulla strada delle tradizioni precedenti, che si identificavano in quel periodo nelle feste Celtiche Sahmain (Festa dei morti), oggi ormai conosciuta nei paesi Anglosassoni come festa di Halloween. Per distinguersi nettamente dal concetto Celtico, le autorità della Chiesa Cristiana istituirono l'onoranza dei morti il giorno successivo,  2 Novembre. Alla metà del IX secolo per opera di Papa Gregorio IV la ricorrenza fu ufficializzata, estendendola a molti altri Stati. Nel 1475 il Pontefice Sisto IV istituì definitivamente l'obbligatorietà della celebrazione per l'intera Chiesa Universale. Le feste, dovunque si svolgessero, iniziavano con la cerimonia Religiosa e terminavano con il consumo di cibi che variavano a seconda delle stagioni. A Firenze, già dal Medioevo, nel giorno di Ognissanti si svolgeva un mercato nei pressi della porta orientale del primo cerchio di mura, in corrispondenza dell'attuale Via delle Oche. I cittadini si recavano al mercato per acquistare l'oca o per farsela cuocere, visti i numerosi forni presenti in quella strada. Era infatti l'oca il piatto tradizionale ed il 1° di Novembre. Un sonetto del Tassoni, scrittore e poeta del Cinquecento, così recita: "Il giorno di Ognissanti al dì nascente ognuno partì della campagna rasa e tornò lieto a mangiar l'oca in casa".

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