Scherzi, frizzi e lazzi: il Carnevale fiorentino di una volta

Scherzi, frizzi e lazzi: il Carnevale fiorentino di una volta

L'aria tiepida del pomeriggio che preannunciava la primavera creava la situazione ideale per il passeggio. Tutto si svolgeva in un'atmosfera serena e allegra fatta di grida, risa, suoni di fischietti e trombette in cui i bambini felici ed eccitati sfoggiavano i loro deliziosi travestimenti e ingaggiavano battaglie con piogge di coriandoli e stelle filanti sotto gli sguardi lieti e compiaciuti dei loro genitori e dei loro nonni. Vari erano i costumi in maschera che i piccoli indossavano. Ogni bambino vestiva il personaggio preferito, legato all'immaginario del momento che si riferiva quasi sempre a qualche eroe dei fumetti, della storia, e altri, tratti dalle fiabe più conosciute. I maschi sfilavano, tra gli altri con, Zorro dal suo mantello nero bordato di rosso e la spada sguainata, il Piccolo sceriffo con la pistola a fulminante e la stella cucita sul giacchetto aperto sul petto, il Pellerossa Toro Seduto con il classico copricapo di penne colorate, l'arco e le frecce, Ali Babà con i larghi calzoni di seta azzurra ed il turbante in testa, e poi maghi, crociati e altri ancora. Le femmine sceglievano costumi in massima parte fiabeschi e bucolici, si vedevano: principesse con la corona in testa, fatine con l'immancabile bacchetta magica, contadinelle dall'ampia gonna con sottobraccio il cestino dei fiori e poi Biancaneve, Damine del settecento ed altre ancora.

L'assenza di traffico permetteva ad una moltitudine di bancarelle e barroccini di fare cornice ai marciapiedi, sui quali si vendevano piccoli prodotti di carta e cartone variopinto: cappelli a cono con larga tesa circolare e senza, da soldatino con visiera, da cow boy (nel linguaggio popolare conboi), semplici mascherine nere da “zorro” e rosse da “uomo mascherato”, palloncini, trombette e lingue di “menelik”,( si diceva melelicche). Esse si riferivano a piccoli rotoli di carta colorata con un fischietto all'imboccatura che, soffiandoci dentro, si allungavano sul viso del vicino emettendo un suono acuto e fastidioso per poi ritornare indietro arrotolati. C'era anche grande uso di palline imbottite di segatura e avvolte in stoffa a spicchi colorati, munite di elastico che assicurato ad una delle dita, permetteva di lanciarle verso il bersaglio per poi ritornare ben serrate nel palmo delle mani. Non potevano mancare le tradizionali bancarelle dei dolciumi che offrivano i famosi duri di menta, croccanti, torroni, brigidini, zucchero filato, fili di liquirizia e caramelle di ogni tipo. Davanti a quel ben di Dio, per i piccoli era difficile resistere e quasi sempre i genitori e nonni li accontentavano ben volentieri comprando quanto da loro desiderato.

QUALI SONO LE ORIGINI DEL CARNEVALE?
Molte feste religiose hanno origini pagane e il Carnevale non fa eccezione. Questa festa si riallaccia ai riti Greci dell'Antasterie e a quelli Romani dei Saturnali. Durante il periodo delle festività dalla durata di tre giorni, le autorità consentivano al popolo di eludere le regole e gli obblighi sociali, di stravolgere l'ordine costituito comprese le gerarchie, di fare baldoria e di provocare burle e beffe in regime di assoluta libertà.

Si può ritenere che l'uso del mascheramento, arrivato fino ai tempi nostri, sia la conseguenza di questo tipo di atteggiamento popolare allo scopo di non svelare le proprie sembianze soprattutto durante la perpetrazione di scherzi e lazzi nei confronti di autorità e di altri cittadini.

L'etimologia della parola Carnevale ha origine all'inizio del Cristianesimo e deriva dal latino “carnem levare” e, cioè, eliminare la carne. Ciò stava a significare che non si poteva mangiare carne dopo il Martedì grasso, ultimo giorno di festa prima del periodo di astinenza della Quaresima.

"A Carnevale, ogni scherzo vale!", è il noto detto fiorentino.
In città, fino dal medioevo, la festa era caratterizzata da allegria e spensieratezza. I Fiorentini ballavano, cantavano e partecipavano a cene e corsi mascherati che si snodavano per le vie del centro fino a tarda notte al lume fioco, ma sufficiente, diffuso da ceri e torciere.
Durante il Quattrocento alle tradizionali manifestazioni se ne aggiunsero altre fino ad arrivare al culmine dei festeggiamenti voluti e pianificati personalmente da Lorenzo il Magnifico nei quali oltre ai laici prendevano parte anche gli ecclesiastici.
Il Magnifico voleva alimentare la gaiezza spensierata del popolo fiorentino e per farlo organizzava spettacoli teatrali itineranti che si tenevano direttamente nelle strade. In essi venivano recitati i famosi “canti carnascialeschi”. Si ricorda quello scritto da Lorenzo:

“Quant'è bella giovinezza che si fugge tutta via
chi vuol essere lieto sia
del doman non v'è certezza...”

In quel contesto, ogni cittadino, sia maschio che femmina, era invitato a recitare un canto in versi. Le donne che finalmente avevano liceità di esprimersi come volevano, lo facevano senza farsi pregare. Un esempio lo portano alcune giovani, sposate con mariti anziani:

“Deh andate col malanno
vecchi pazzi rimbambiti
non ci date più l'affanno;
contentiam nostri appetiti.”

Ma il Savonarola era in agguato e spronando con fervore i fiorentini li indusse a uno stile di vita sobrio e morigerato. Dopo circa cinque anni dalla morte di Lorenzo il Magnifico, in pieno Carnevale, alla data del 7 Febbraio 1497, nella Piazza della Signoria, il Frate fece preparare il falò delle “vanità mondane” e molti fiorentini, sui quali il Domenicano aveva una forte influenza, si precipitarono a gettare fra le fiamme opere d'arte, gioielli, vestiti di lusso, specchi e vari altri oggetti di ornamento personale.

Circa un anno dopo, il falò fu preparato per lo stesso Savonarola che, condannato per eresia, finì nel rogo dopo essere stato impiccato.

Dopo la morte del Frate, la vita in Firenze riprese lentamente il suo normale cammino. Nel 1537 con l'avvento del Granduca Cosimo I de' Medici, i cittadini riassaporarono il Carnevale come ai bei tempi partecipando ai festeggiamenti in grande stile. Corsi mascherati, sfilate di carri allegorici, balli, canti nelle strade e nelle case, gare fra giovani per i migliori scherzi e burle, cene e pranzi su tavole imbandite offerti dalle Confraternite crearono di nuovo quell'atmosfera positiva originata dal Magnifico Lorenzo. Nel corso del Seicento e Settecento, alle consuete tradizioni Carnevalesche, si aggiunsero feste da ballo in costume che si svolgevano un po' dappertutto. Alle danze di origine straniera come la quadriglia, il minuetto e la gavotta che si ballavano nelle residenze nobiliari , si contrapponevano i balli rustici popolari come il trescone, la carola e il saltarello che si tenevano nelle piazze cittadine e sulle aie di campagna. Nel 1791 nacque a Firenze “Stenterello”, l'unica maschera tradizionale del Carnevale fiorentino creata dall'attore Luigi del Buono, un signore che prima di diventare attore, commediografo e scrittore aveva lavorato nel campo degli orologi. Stenterello, magro e pallido, con il suo nasone ossuto, patito, traballante, vestito di colori sgargianti, in pantaloni neri corti e lunghe calze di due colori diversi, scarpe con grossa fibbia e cappello a lucerna su parrucchino bianco, dallo "spiritaccio" tipicamente fiorentino che polemizzava con tutti, comprese le Autorità, entrò in teatro attraverso il suo creatore. 

La prima rappresentazione avvenne nei giorni di Carnevale nel Teatro di Borgognissanti. Lo spettacolo fu così divertente che riscosse subito un grande successo di pubblico e proseguì nel secolo successivo in vari altri teatri della città, portato in scena da altri valentissimi attori.

Nel periodo Ottocentesco fino alle soglie del Novecento, oltre alle recite e agli spettacoli, si continuò a organizzare serate di balli pubblici carnevaleschi, naturalmente più moderni e adeguati ai tempi, che si svolgevano per lo più sotto le logge del Mercato Nuovo (Il porcellino) e quella dei Lanzi. Ad esse partecipavano anche i governanti che si beccavano lazzi e motteggi solo in quelle occasioni consentiti. Nella prima parte del Novecento, le feste di Carnevale per strada diminuirono per poi restare isolate in qualche abitazione borghese anche a causa dello scoppio della prima guerra mondiale. Dopo la guerra, nei palazzi e nelle ricche dimore, ripresero i veglioni del Martedì grasso. Nobili e borghesi si avvicinarono alla moda del Carnevale Veneziano indossando costumi con trine e gale, finemente realizzati da sarti specializzati. Come a Venezia, i volti venivano celati da maschere sostenute da un piccolo manico in avorio o metallo.

I grandi corsi mascherati con carri allegorici, eco di un fastoso tempo passato, caddero in disuso a Firenze, ferma restando la tradizionale festa dei singoli cittadini, e si spostarono quasi del tutto a Viareggio dove nel 1921 sui viali a mare, si svolse la prima grandiosa sfilata del dopoguerra davanti a centinaia di persone. Oggi i corsi mascherati di Viareggio, con i fantasiosi carri che trasportano famosi personaggi pubblici di cartapesta, hanno risonanza mondiale e sono seguiti da migliaia di persone provenienti dall'Italia e dall'estero.

Fino agli anni sessanta, nella nostra città, il popolo ha continuato a festeggiare il Carnevale con tutto il suo repertorio giovanile di scherzi e burle, per le strade, nelle sale da ballo e nelle case private, indossando i classici costumi in maschera acquistati o noleggiati. Oggi l'importanza della festa, distratta da tanti nuovi eventi è diminuita, ma la tradizione viene ancora da molti rispettata nei quartieri cittadini, anche per l'interessamento costante di tanti enti e associazioni.

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