​Vizi, lussuria, prostituzione: la Firenze proibita dal ‘500 alla legge Merlin

​Vizi, lussuria, prostituzione: la Firenze proibita dal ‘500 alla legge Merlin

Dalla Peste al Cinquecento

Nel 1476 arrivò a Firenze la peste e le autorità decisero, allora, di vietare la prostituzione perché veicolo di contagio, intimando alle meretrici, alle prostitute e ai loro protettori di allontanarsi dalla città, pena” tratti di corda” (congegno di tortura), colpi di scudiscio e, per i recidivi, l'impiccagione.

L'arrivo del Savonarola, dopo sei anni dalla peste, impresse un'ulteriore svolta al risanamento morale e determinò una forte regressione della prostituzione.

Si entrò, così, in un periodo forzato di moralizzazione nel quale molti mariti si riavvicinarono fedelmente alle mogli riportando la vita sociale delle famiglie ad una stabile normalità.

Passata la peste e “bruciato” il Savonarola, tutto ritornò come in passato e l'attività di lenocinio riacquistò spazio nella vita di molti cittadini che, dopo molti anni di vita morigerata, vollero riprendere il “tempo perduto”.

Papa Pio II Piccolomini affermava che Firenze era sì “mercatrice”, ma, soprattutto, “meretrice”.

Rinacquero luoghi dove si praticava il sesso, il gioco d'azzardo e altri vizi un tempo vietati. Nel “Chiasso della Bombarda”, ora vicolo delle Bombarde, vicolo del Panico, Via Vinegia, Chiasso del Buco e molti ancora.
Alberghi, osterie, taverne e bettole ospitavano le prostitute; le meretrici, invece, si organizzavano nelle loro povere abitazioni, generalmente vecchie e fatiscenti dato il misero guadagno dovuto alla difficoltà di reperire clienti danarosi.

L'Albergo “del Guanto”, nell'omonima via, la “Taverna di Santa Chiara”, all'angolo di Via Panicale, e “I Quattro Lioni”, nell'attuale piazza della Passera, erano alcuni dei bordelli più frequentati.

La prostituzione era un mercato che rendeva molto e per questo contava sulla protezione di potenti personaggi pubblici i quali riuscivano sempre a respingere i tentativi (assai blandi) delle Autorità e della Chiesa per limitare il fenomeno.

Le case che ora chiamiamo di “tolleranza” acquisirono gradualmente una struttura più stabile e organizzata. Nacquero i bordelli pubblici che si concentrarono in particolare nel rione di Santa Croce.

La loro gestione veniva data al migliore offerente che, però, aveva l'obbligo di unire questa attività a quella ludica e di intrattenimento con osterie e scuole di ballo.

Fra le tante “case”, citiamo quella più grande e più famosa chiamata “del Giardino”, nell'attuale Via dell'Ulivo e quella al di là dell'Arno “I Quattro Pagoni”, attualmente al canto fra Via Toscanella e Via dello Sprone.

Le prostitute che operavano all'interno delle case non erano autorizzate ad uscire e neppure ad avere rapporti sentimentali, pena pesanti sanzioni.

Quelle che operavano al di fuori delle “case”, avevano l'obbligo di pagare il “bullettino”: una tassa il cui importo veniva regolato in funzione dell'attività della donna (cortigiana, in strada o in casa propria). Ciò, naturalmente, era fonte di grande guadagno per le casse dello Stato. Ipocritamente, una volta all'anno, erano obbligate ad assistere a porte chiuse alle funzioni religiose in Duomo in occasione della Pasqua e ad ascoltare la predica nel nome di Maddalena, la Santa meretrice redenta da Gesù.

Dal periodo Granducale al Novecento

Dopo il Concilio di Trento, nel periodo della Controriforma, le autorità adottarono severe misure per reprimere la prostituzione, ordinando la chiusura dei luoghi dove era esercitata.

L'inquisizione, gli anatemi, le minacce, la questione morale e l'accresciuto pericolo di una nuova malattia, la sifilide, indussero molti cittadini ad abbandonare le pratiche lussuriose. I trasgressori erano sanzionati con pene severissime che andavano dal carcere alla tortura fino alla condanna a morte per i recidivi. Per tutto il ‘600 e ‘700, nonostante l'avvento dell'Illuminismo, la pratica della prostituzione continuò ad essere avversata dalle autorità. Lo dimostrano i numerosi bandi e divieti esposti sulle lapidi, ad opera degli Ootto di guardia e Balia”, in particolare situati nelle zone centrali.

Giungiamo così al XIX secolo...

Una legge del 1859 redatta dal Conte Camillo Benso di Cavour, aprì di nuovo la strada alla tolleranza dello Stato nei confronti dei bordelli e ciò per favorire i soldati Francesi di stanza in Lombardia, durante la lotta contro gli Austriaci.

Nel 1860 con l'Unità di Italia, un’ulteriore legge favorì l'apertura dei bordelli in tutto il Paese.

Lo Stato impose la licenza d'esercizio, il pagamento delle tasse e l'obbligo delle visite mediche . Stabilì anche delle tariffe graduali a prestazione, da praticare nei confronti dei clienti, a seconda delle case per esempio: case di lusso lire 5, case popolari lire 2.

Crispi nel 1888 emanò una legge che vietava, all'interno delle “case”, la vendita ed il consumo di cibi e bevande e l'intrattenimento con feste e balli, riducendone l'attività a puro esercizio di prostituzione.

Fra le altre regole, le persiane davanti alle finestre dovevano restare sempre chiuse e gli ingressi non potevano essere pubblicizzati. E' da questa norma che da lì in poi si chiameranno “Case chiuse”.
Una curiosità: a Firenze erano chiamate anche “Casino” senza l'accento sulla o.

Durante il passaggio del fascismo non risulta ci siano stati cambiamenti sostanziali agli usi e regole sancite nell'800, se non quelle della schedatura obbligatoria presso le autorità di pubblica sicurezza.

A Firenze le “case chiuse” erano numerose e ubicate principalmente nel centro storico.

Ne elenchiamo alcune: in Via Borgognona, Via delle Burella, Via dell'Ortone e Via dei Pepi, nel quartiere di Santa Croce, in Via delle Terme, Via dei Federighi, Via dell'Amorino nel centro storico, in Via del Presto di San Martino, di la' d'Arno.

Una curiosità: la Via Borgognona si chiamava Via Vergognosa come si legge sulla lapide. Evidentemente, già da tempo, era luogo di meretricio e prostituzione.

Il 20 Settembre del 1958 con una legge dello Stato su proposta della Senatrice Merlin si chiude definitivamente il capitolo sulle “Case Chiuse” e lo chiudiamo anche noi, consigliandovi di ripercorrere le vie, i chiassi e le piazze citate: leggete le lapidi di marmo che vietano il “mestiere” con descrizione di regole e sanzioni in

Via del Fico ang.via Da Verazzano, Via Guelfa di fianco alla Chiesa di San Barnaba e Borgo Ognissanti accanto alla omonima Chiesa. Vi sembrerà di fare un tuff nel passato, nella Firenze proibita del “vizietto” e della lussuria.

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