Passo passo attraverso la città - 7^ parte

Passo passo attraverso la città - 7^ parte

Ci siamo lasciati in Piazza SS. Annunziata e ci ritroviamo sempre qui: questa piazza è così ricca di storia che non parlarne sarebbe impossibile. Continuiamo insieme il nostro itinerario! 

Nel 1299 il governo della Repubblica fiorentina, allo scopo di accogliere degnamente il sempre più numeroso afflusso di fedeli in arrivo da ogni luogo, decise di finanziare l'Ordine dei Servi di Maria con quattrocento fiorini d'oro per l'acquisto del terreno e l'edificazione di un grande piazza davanti al Santuario. Nella piazza fu progettata la costruzione di un piccolo portico davanti all'ingresso del tempio per dare conforto e riparo dalle intemperie e dal freddo della notte ai tanti pellegrini che giungevano alla "Annunziata". Il portico fu una novità per Firenze in quanto fino allora nessuna chiesa presentava tale elemento architettonico. L'arrivo dei pellegrini era distribuito in tutto l'arco dell'anno ma il 25 Marzo, festa dell'Annunciazione, e l'8 Settembre Natività della Vergine, si assisteva ad un afflusso certamente maggiore di devoti.

L'Otto Settembre, oltre ai tanti fiorentini che accorrevano presso l'Annunziata, molti altri arrivavano dalle campagne e le contadine, che nel viaggio notturno di avvicinamento illuminavano il loro cammino con rudimentali lanterne di carta, unendo la fede all'interesse, approfittavano dell'occasione per vendere piccoli prodotti della terra in particolare fichi secchi. Per assonanza i fiorentini le chiamavano “ficolone”, da fico, e successivamente “rificolone”. Il termine che indicava le contadine sarebbe poi stato attribuito definitivamente alle lanterne con la conseguente festa che si svolge ogni anno.

Per il sempre maggiore afflusso di pellegrini, che portava ad importanti e continui incrementi economici , si rese necessario dare corpo alla ricostruzione ed ampliamento del Santuario Mariano e la sistemazione definitiva della piazza. La Chiesa ebbe la sua più grande e ultima trasformazione nel 1481 con il totale rifacimento della struttura ad opera di Michelozzo, l'edificazione della cupola per mano di Leon Battista Alberti e la ricostruzione del loggiato esterno alla chiesa eseguita da Antonio Manetti. Il loggiato sarà ulteriormente ampliato, così come oggi lo vediamo, nel 1600 da Giovan Battista Caccini per conto della famiglia Pucci della quale si osserva in alto sugli angoli lo stemma nobiliare In precedenza nel 1417, a seguito della richiesta che la Repubblica fiorentina aveva avanzato alle Corporazioni per la tutela dei piccoli orfani, l'Arte della Seta si prese carico del finanziamento per la costruzione dell'Ospedale degli Innocenti con annesso il loggiato. Il progetto fu affidato ad uno degli iscritti all'Arte stessa, il geniale Filippo Brunelleschi che realizzerà una delle prime e più alti espressioni di architettura Rinascimentale.

Il loggiato “degli Innocenti” misura 71 metri di larghezza diviso da 9 arcate a tutto sesto con campate a vela, su colonne in pietra serena sormontate da capitelli corinzi. La misura della corda degli archi è pari all'altezza delle colonne fino al capitello e della distanza dalle colonne verso la parete interna. L'arco superiore a partire da sotto il capitello alla chiave di volta è alto la metà di questa misura. Il ricorrente numero 9 si trova anche nella quantità dei gradini che salgono al piano del loggiato.

Come si vede l'innovazione del Brunelleschi consistette nella perfezione e nell'armonia delle forme con una precisa distribuzione delle superfici e dei volumi in una rigorosa articolazione organica dei vuoti e dei pieni. Dal punto di vista estetico, la bicromia, con toni espressi nella maniera più semplice: grigio della pietra e bianco dell'intonaco, caratterizzarono questo stile in un contesto puramente rinascimentale. Filippo Brunelleschi lavorò sia al loggiato che all'Ospedale fino al 1427, non potendo ulteriormente disporre del suo tempo per l'impegno preso già da sette anni nella costruzione della Cupola del Duomo. L'opera fu proseguita dall'architetto Francesco della Luna che nel 1436 sopraelevò il loggiato con una struttura alta quanto la misura delle colonne esistenti, dotata di 9 finestre con timpano classico rispettando in toto le regole del progetto del Brunelleschi. La struttura si rese necessaria per ottenere una maggiore disponibilità di spazio all'interno dell'Ospedale. Nel 1478 furono posti ad ogni intersezione degli archi, dieci tondi in terracotta invetriata di Andrea della Robbia raffiguranti un bambino in fasce simbolo dell'Ospedale. Oggi degli originali ne vediamo otto sui dieci . Il sesto e settimo da sinistra sono copie e i due autentici, dopo l'avvenuto restauro, sono conservati ed esposti all'interno del museo dell'Ospedale. Altri due tondi, siti alle estremità del fabbricato, portano la data del 1845 eseguiti dalla Manifattura Ginori in seguito all'allungamento della facciata.

Come abbiamo già accennato in precedenza, lo Spedale degli Innocenti vide la luce nel 1419 contestualmente al loggiato, a spese dell'Arte della Seta che acquistò il terreno dalla Compagnia dei Serviti. Un ulteriore lascito di 1000 fiorini, donati dal mecenate pratese Francesco Datini, grande economista inventore della cambiale, contribuì all'edificazione della grande opera che fu inaugurata ufficialmente Venerdì 5 Febbraio del 1445. Lo Spedale nato per accogliere, accudire e tutelare l'infanzia abbandonata in difficoltà, accolse nello stesso giorno dell'inaugurazione la prima orfanella alla quale fu dato il nome di AgataSmeralda, con riferimento alla Santa del giorno unita alla pietra che stava a indicare il prezioso dono della vita umana. Tante erano le situazioni che inducevano le madri ad abbandonare le proprie creature: la miseria estrema che non permetteva l'indispensabile sostentamento dei nuovi nati , le malattie epidemiche che si portavano via tanti padri unici a sostenere la famiglia, l'eccessivo numero dei figli partoriti senza alcuna garanzia di poterli tutti sfamare ,i rapporti clandestini di giovani donne di ogni ceto sociale con nobili e borghesi che, una volta rimaste incinte e negata loro la paternità dei figli, preferivano onde evitare scandali l'abbandono del cosiddetto frutto del peccato. Quindi per tante giovani madri l'orfanotrofio era l'extrema ratio alla quale erano costrette a ricorrere per salvare la vita delle proprie creature.

Era la Ruota quella che permetteva l'abbandono dei figli senza rivelare il proprio volto.

La Ruota, che aveva sostituito una pila in pietra inserita in una piccola finestra situata sulla parete destra del loggiato, fu posta sul fondo della parete di sinistra dello Spedale, dietro una grata con barre di ferro a misura di neonato, nell'intento di impedire il passaggio di bambini ormai cresciuti. La Ruota era una sorta di cilindro in legno, girevole su un perno centrale, chiuso per metà onde celare il volto delle persone che si presentavano alla grata. Chiunque si presentasse suonava una campanella: la suora, udendo il suono, girava l'altra metà aperta del cilindro, introducendo direttamente all'interno il neonato. Molte delle madri, prima di abbandonare i propri figli, legavano ai polsi o alle caviglie dei piccoli alcuni segni di riconoscimento: catenine con medagliette divise a metà, monetine incise, ciondoli con lettere iniziali ed altri simboli nella speranza un giorno di essere nelle condizioni di poterli riconoscere e riprenderseli. Gli addetti all'interno dell'orfanotrofio annotavano su appositi registri, tutti i particolari identificativi dei piccoli ospiti. Questi registri sono oggi a disposizione dei visitatori del Museo.

Dopo tre anni dall'apertura, lo Spedale aveva già ospitato 260 neonati che diventarono più di 1300 intorno alla metà del Cinquecento, arrivando a 3000 nel Seicento. Un ulteriore forte incremento si ebbe nei secoli successivi fino ad arrivare nel 1875, ultimo anno di operatività dello Spedale ad una media di 6 ospitati al giorno.

In sostanza, complessivamente in cinque secoli di vita, l'Istituto degli Innocenti ha accolto circa 500.000 piccoli ospiti abbandonati.

Dei vari problemi di gestione ai quali lo Spedale era sottoposto, il più importante era considerato l'allattamento. Per sopperire alla forte richiesta di latte, i piccoli venivano inviati nelle campagne e le balie prescelte provvedevano ad allattarli, naturalmente dietro compenso. I piccoli, una volta svezzati, potevano essere lasciati ai richiedenti, anch'essi remunerati, oppure riconsegnati allo Spedale. Nel 1577 i dirigenti, vista la carenza dell'approvvigionamento del latte, decisero di introdurre l'allattamento artificiale tramite alcune vacche romagnole che garantivano ciascuna 4 fiasche di latte al giorno, riuscendo così a migliorare sensibilmente la situazione, fino ad allora stabilizzata nella precarietà.

I bambini potevano essere adottati o dati anche solo in affido a famiglie richiedenti che però in questo caso, avevano l'obbligo di riconsegnarli all'età di sette anni. Lo Spedale si faceva carico dell'istruzione scolastica sia dei dei maschi che delle femmine, dopodiché i maschi venivano avviati ad imparare un mestiere presso le "Botteghe" artigiane, mentre la maggior parte delle femmine venivano destinate - salvo un ristretto numero di esse destinate a prestare servizio nei palazzi di famiglie nobili e borghesi - allo scopo di mettere da parte i soldi per costituirsi una dote. Altre fanciulle rimanevano a disposizione dello Spedale per la gestione degli adempimenti interni e per prestare la propria manodopera presso l'Arte della Seta come tessitrici sia nello Spedale stesso che nei vari laboratori sparsi in città.

L'abbigliamento delle femmine, uguale per tutte, consisteva in un vestito bianco fino all'età di 25 anni, poi azzurro e dopo il 45° anno nero. Esclusi alcuni momenti di difficoltà economiche e gestionali, che ne riducevano l'attività, il reparto femminile era considerato da tutti un modello di feconda laboriosità, sia scientifica che artigianale, dal quale uscivano: infermiere diplomate, esperte sanitarie, eccellenti esperte di cucito e di molte altre tipologie di lavori manuali. Una buona parte di esse, una volta riuscite a consolidare la loro propria condizione economica, lasciavano lo Spedale per contrarre matrimonio o per vivere una propria esistenza indipendente.

Nel 1812, nel laboratorio scientifico dello Spedale, poi chiamato Istituto, fu sperimentato, per la prima volta in Toscana, il vaccino contro il vaiolo, malattia che quattro anni prima aveva causato la morte di circa 4000 persone. Il successo della sperimentazione consentì alle Autorità di sostituire definitivamente il vaccino umano di scarsissima efficacia con quello animale adottato dal laboratorio.

L'uso del vaccino animale, perfezionato nel corso del tempo, è quello a tutt'oggi usato nel mondo.

Fino alla fine del Settecento, fra i cognomi assegnati dall'Istituto ai piccoli ospiti prevalevano gli: Innocenti, Nocentini, Degli Innocenti, cognomi che ancora oggi si trovano nella popolazione fiorentina. A partire dall'Ottocento, allo scopo di non svelare oltre l'identificazione dell'abbandonato, ai piccoli ospiti vennero assegnati cognomi generici, frutto della fantasia dei parroci o degli addetti allo stato civile.

Il 3 di Giugno del 1875 lo Stato Italiano, in occasione della riorganizzazione dello stato civile, fece cessare la funzione della Ruota. Prima della chiusura, nella notte del 3 Giugno, gli ultimi due piccoli che varcarono l'ingresso furono chiamati per l'occasione Laudata Chiusuri e Ultimo Lasciati. La finestra nel loggiato venne poi murata e davanti ad essa fu posta una nuova grata, attualmente visibile, a ricordo di quella che per tanti anni era servita per il passaggio di tante piccole creature. Pur tuttavia l'attività dell'Istituto proseguì nel tempo la sua opera caritatevole, ma con l'impiego di regole più rigide. Dopo l'eccessivo afflusso degli ultimi anni, le Autorità dell'Istituto ritennero che molti abbandoni non fossero giustificati e con troppa facilità si ricorreva a questa Istituzione. Fu deciso quindi di adottare criteri diversi di accoglienza accettando solo figli di madri nubili o con gravi situazioni familiari.

Attualmente l'Istituto degli Innocenti, sostenitore e cultore dell'infanzia nel solco della sua antica tradizione, prosegue la sua attività con funzioni sociali ed educative ed è frequentato ogni giorno da centinaia di bambini. Al suo interno, oltre che al Museo dove si raccolgono le testimonianze più toccanti della sua vita secolare, ospita due asili nido, una scuola materna, tre case famiglia e gli uffici dell'UNICEF per la promozione della cura dei diritti dell'infanzia.

Nel Museo si trovano tele di Domenico Ghirlandaio, Bartolomeo di Giovanni, Piero di Cosimo, Sandro Botticelli, Filippino Lippi, Bernardo Poccetti ed altri artisti fra i quali alcuni avviati all'arte pittorica nello stesso Istituto. Sono esposte numerose preziose terracotte invetriate prevalentemente Robbiane, arredi, inginocchiatoi, suppellettili rinascimentali, codici miniati ed altri interessanti oggetti oltre a foto e documentazioni sulla vita dell'Istituto. Da ammirare l'architettura interna con i due magnifici chiostri: delle donne e degli uomini e il verone, l'antico asciugatoio, da dove si ammira uno stupendo panorama con la cupola del Brunelleschi in primo piano.

E anche questa parte è terminata, ma, non disperate: torneremo in men che non si dica con tante storie nuove e avvincenti. A presto!  

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