Il 25 Marzo, a Firenze, è la Festa dell'Annunziata.

Il 25 Marzo, a Firenze, è la Festa dell'Annunziata.

La Festa dell'Annunziata si celebra il 25 Marzo, data che coincideva con il Capodanno fiorentino di antica memoria. 
I Fiorentini, infatti, vollero mantenerla anche dopo l'avvento del Calendario Gregoriano introdotto da Papa Gregorio III nel 1582 il quale fissava il Capodanno universale al 1° Gennaio. Soltanto nel 1749, a seguito di un decreto del Granduca Francesco III di Lorena i fiorentini si dovettero adeguare rispettando la data Gregoriana. La storia dell'Annunziata inizia nel 1233 quando ancora infuriavano in città numerose guerre fratricide che mettevano una contro l'altra le più importanti casate fiorentine. Sette giovani mercanti particolarmente devoti alla Madonna, appartenenti a nobili famiglie, prostrati e logorati nell'animo nell'osservare le continue sofferenze e ingiustizie subite dal popolo in un contesto di violente e cruenti lotte, si appellano alla Madonna attraverso suppliche e preghiere, perché essa interceda per fare cessare questa difficile situazione. Per dare forza alla loro azione misericordiosa decidono di ritirarsi in eremitaggio, lasciando i propri beni e i loro averi ai bisognosi ed alle Chiese. 

Nell'anno 1245 sul Monte Asinaio, oggi Montesenario, luogo scelto per il loro romitaggio, fondano l'Ordine dei Servi di Maria.
Nel 1250 allo scopo di mantenere un punto di riferimento, di ascolto e di questua in città, due dei monaci: Bonfiglio de' Monaldi e Alessio de' Falconieri, in accordo con il loro Ordine, chiedono ed ottengono dal Vescovo Ardingo Trotti di prendere possesso ed ampliare una piccola cappella che si trovava sul lato nord est dell'attuale Piazza della SS. Annunziata che all'epoca si chiamava “Cafaggio”, termine longobardo che significava “luogo recintato”.
I lavori per la trasformazione da cappella in oratorio, che prenderà il nome di Santa Maria di Cafaggio, inizieranno nel 1251 e l'anno successivo avverrà quel fatto clamoroso che rimarrà indelebile negli animi e nelle coscienze del popolo devoto.
Il fatto clamoroso di cui si parla si riferisce al famoso miracolo dell'Annunziata. 


Si racconta che durante i lavori di ristrutturazione per l'ampliamento dell'oratorio, viene dato incarico ad un pittore, abbastanza conosciuto all'epoca, Bartolomeo da Siena, di dipingere all'interno dell'edificio un affresco raffigurante la scena dell'Annunciazione. L'artista inizia il lavoro dipingendo senza alcuna difficoltà l'Angelo Annunciante ma, quando si appresta a tratteggiare il volto della Madonna, avverte che il pennello non segue la volontà della mano, l'azione ed il gesto si bloccano e dopo vari sterili tentativi egli viene improvvisamente colto da una inspiegabile stanchezza che successivamente si trasforma in un profondo sonno. Al suo risveglio, con grande stupore, Bartolomeo si trova di fronte ad un bellissimo, celestiale volto della Madonna che Michelangelo, secoli dopo, affermerà che “mai mano umana avrebbe potuto dipingere”. Il pittore, dopo un attimo di sbigottimento e turbamento, esce sulla piazza ed in preda a fortissima emozione, grida con tutta la sua forza di cui ancora dispone, al miracolo! L'eco dell'eccezionale evento si propaga per tutta quanta la città e nei più piccoli e lontani sobborghi suscitando nel popolo una comprensibile eccitazione e commozione.

Era il 25 Marzo del 1252: da questa data in poi inizieranno i grandi pellegrinaggi con migliaia di pellegrini che mossi da profonda devozione si recheranno all'Oratorio del Miracolo. L'Oratorio subirà notevoli ampliamenti nei secoli successivi fino a divenire l'attuale bellissima Basilica della SS. Annunziata. L'affresco dell'Annunciazione si trova all'interno della Basilica, appena superato l'ingresso sul lato sinistro, ed è tutt'ora oggetto di venerazione, in particolare da parte di tanti novelli sposi, i quali dopo la cerimonia nuziale si recano davanti all'immagine e depositano un mazzo di fiori bianchi pregando per una felice vita coniugale. Anche quest'anno, il 25 Marzo sarà, per molti fiorentini e non solo, occasione per assistere alle solenni funzioni liturgiche non mancando di prestare omaggio alla sacra effige Mariana ponendo suppliche e fiori ai Suoi piedi. 

Le istituzioni cittadine saranno presenti con un corteo storico che, partendo dal Palagio di Parte Guelfa raggiungerà la Basilica, e ossequieranno l'immagine della Madonna deponendo nella Sacra Cappella um mazzo di gigli bianchi. Le date dei festeggiamenti potrebbero subire variazioni per effetto di concomitanze con altre attività liturgiche dovute al calendario Pasquale. 

La fiera
Da sempre la fiera dell' Annunziata si tiene sull'omonima piazza dove in passato, sotto il loggiato della Chiesa, folle di fedeli acquistavano fiori, candele e piccoli oggetti sacri per dedicarli alla Vergine miracolosa. All'epoca i visitatori venivano allietati da canti e musiche eseguiti sia dai Padri Serviti che dai Musici della Repubblica . Con il tempo la fiera, molto apprezzata dai fiorentini, si è ingrandita, tanto da trasformarsi in mercato occupando l'intera area. Il 25 Marzo la piazza si animerà di cittadini che si muoveranno attraverso la bencarelle per acquistare prodotti di vario tipo: pluralità di dolciumi, oggetti artigianali fiorentini e di altre provenienze, assortimenti di tessuti e ricami, peculiarità tipiche caratteristiche ed altre curiosità che hanno sempre attratto e continuano ad attrarre moltissime persone. In alcuni anni si sono verificati spostamenti dei giorni dell'attività fieristica, si consiglia quindi di visitare il sito dell'Ente del Turismo o del Comune di Firenze per averne conferma.

I venditori di strada
Nel Novecento, fino alla prima metà del secolo, nelle fiere, oltre ai venditori fissi con i loro banchi, gravitavano i “venditori di strada” che approfittavano della moltitudine di visitatori per fare qualche affare. In assenza di fiere e sagre, i venditori di strada erano soliti girare a piedi o con piccoli mezzi fra i quartieri della città offrendo oggetti semplici di uso comune e piccole riparazioni.. Alcuni di loro, ancora oggi, sono ricordati per i tradizionali commerci e lavori artigianali. Ne elenchiamo alcuni:

L'arrotino. L'arrotino, con le sue grida, richiamava l'attenzione dei cittadini offrendo loro l'affilatura di coltelli, forbici ed altri arnesi da taglio. Egli era munito dapprima di una carriola azionata a pedale con la mola arrotatrice messa in movimento tramite una cinghia poi in seguito di una strana bicicletta che, posta sul cavalletto e pedalando, metteva in movimento la mola posizionata sul manubrio.

L'ombrellaio e sprangaio. L'ombrellaio e sprangaio si annunciava nelle strade come aggiustatore di ombrelli, sostituendo stecche e manici, ma anche come riparatore di terraglie e catini usando le “spranghe”, cioè cuciture di filo di ferro per tenere insieme le due parti rotte.

Lo stagnino. Lo stagnino era particolarmente richiesto dalle donne, le quali gli affidavano pentole, tegami, e padelle da riparare. Egli era un saldatore a stagno che svolgeva la sua attività in strada, ma spesso veniva chiamato anche nelle case per riparare tubi rotti o grondaie forate.

Il seggiolaio. Il seggiolaio, munito di un grosso ago di legno e fasci di paglia di fiume, si posizionava agli angoli delle strade per riparare le classiche seggiole di legno con la seduta impagliata ormai sfilacciata o addirittura sfondata. Il seggiolaio prendeva ordinazioni anche per vendere sedie nuove che nella maggior parte dei casi erano di sua produzione.

Il duraio. Il grido che echeggiava per le strade del centro, fino a non molto tempo fa, era: duri di menta, duri!. Si ricorda un simpatico venditore che durante un passaggio sul Ponte Vecchio, incrociò una signora con il suo bambino che, alla richiesta insistente del piccolo per avere il duro di menta, oppose il suo diniego motivandolo con il fatto che egli non era bravo a scuola. A questo punto intervenne il duraio che con sarcasmo esclamò: allora duro duro! Il duraio girava con una cesta o tavoletta a tracolla ed esponeva i bastoncini di zucchero lavorato a caldo di vari colori: a ogni colore corrispondeva un gusto. Per i bambini era una vera delizia, ma l'importante era la consistenza. Si può dire che "più il duro era duro e più durava". 

Il trippaio. Il trippaio è sempre stato il mestiere da strada più caratteristico della nostra città. Sappiamo che nell'800, all'interno del Mercato Vecchio i trippai che, anticamente facevano parte della corporazione dei Beccai, avevano numerosi punti vendita. Essi provvedevano in tre fasi alla lavorazione dei due quarti dello stomaco del bovino macellato: pulitura, sgrassatura e bollitura. Da tale operazione si ottenevano il lampredotto e la trippa che venivano esposti nei banchi di vendita e offerti al pubblico caldi e con un pizzico di sale. Ma la vendita della trippa avveniva anche in modo itinerante nelle tante strade del centro ed in particolare nei rioni di là d'Arno. In passato, il carretto era il mezzo di vendita più usato dall'ambulante, poi sostituito dal triciclo, quindi da una motoretta e infine come vediamo ancora oggi da stand stabili e organizzati. Infine a conferma di questa nostra antica tradizione merita di essere ricordato questo significativo spaccato sui trippai, tratto dal “Quartiere” di Vasco Pratolini: "Il trippaio è davanti al suo carretto; fuma nella vaschetta il lampredotto appena bollito; gli si affollano intorno i garzoni del Quartiere col pane croccante fra le mani, per la prima colazione: si puliscono le dita sul fondo dei calzoni per servirsi un pizzico di sale".

Il semellaio. Il semellaio era il venditore ambulante di panini all'olio caldi appena sfornati. Il semelle era un panino che si distingueva per la specifica forma semi tonda con un taglio centrale. E' inutile dire che la forma del panino richiamava un'immagine particolare, per cui da tanta gente del popolo era chiamata "passerina". Il semellaio, prevalentemente soggetto giovane e aitante, compiva il suo giro di prima mattina, fra le strade del centro, spingendo un piccolo carretto. Il giovanotto dava fiato alla propria ugola per richiamare l'attenzione di chi si apprestasse a consumare la rituale prima colazione. Ma non tutti erano solerti a buttarsi giù dal letto. Si racconta infatti che un mattino, il giovane che era solito gridare: “Sveglia ce l'ho con l'olio”!, ricevette una risposta proveniente da una finestra: “e io ce l'ho con la m....la di to'mà che t'ha mandato fori a quest'ora”. Questo aneddoto attesta ancora una volta lo spirito brillante dei fiorentini che non perdono mai occasione per dimostrare la loro vocazione alla battuta pronta.

Il venditore di raveggioli. Forse, qualcuno ancora si ricorda di un signore alto e magro che in sella ad una bicicletta - che all'epoca si diceva con i "freni a bacchetta" - dotata di un portapacchi posteriore sul quale era posta una cassetta, percorreva le vie del centro gridando con voce secca e scattante: "raveggioli freschi e belli, raveggioli freschi e boni". Il raveggiolo, che l'ambulante offriva durante i suoi giri, era un formaggio fresco ricavato dalla produzione residuale della ricotta. L'alimento era povero, ma abbastanza gradevole ed aveva il vantaggio di essere molto economico. Infatti, l'ambulante gli affari più redditizi li realizzava prevalentemente nei quartieri più popolari.

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