Accadde a Firenze, a Dicembre.

Accadde a Firenze, a Dicembre.

IL CEPPO E IL CIOCCO

"Per Ceppo si magia il cappone" , "Quest'anno sarà un Ceppo buono", "Te lo regalo per Ceppo" e così via. Queste frasi echeggiano ancora in molte famiglie Fiorentine all'avvicinarsi del Natale. Il termine "Ceppo" è legato al 25 Dicembre ed ha origini molto antiche. " Ceppo", dal latino Cippus, ha come significato la base di un albero tagliato che serve per accendere il fuoco. In passato i festeggiamenti erano improntati ad un simbolismo più accentuato rispetto a quello dei nostri giorni e l'accensione del fuoco era un aspetto molto importante. Il rito del fuoco alla mezzanotte del 25 Dicembre, considerata da sempre la notte più importante dell'anno, consisteva nella preparazione del " Ciocco", la parte alta delle radici alla base del tronco d'albero abbattuto. Durante l'anno venivano raccolti nei boschi i tronchi caduti. Una volta tagliati alla base insieme alle radici, erano lasciati ad essiccare per togliere l'umidità accumulata. Erano poi conservati per essere in seguito pronti da ardere. Nell'era Romana e in quella Cristiana, il rito del fuoco si svolgeva quattro giorni dopo il solstizio d'inverno, quindi il 25 Dicembre . Per i pagani l'accensione del fuoco simboleggiava la nascita del Dio Sole (Sol Invictus) sacralizzato durante le celebrazioni nel culto Romano di Mitra. Per i Cristiani la legna che brucia nel focolare riscalda il Bambino Gesù ed è simbolo di purificazione e redenzione dell'Uomo. Il "Ciocco", per l'intreccio delle radici, i polloni, i virgulti, la scorza forte e rugosa del tronco, era considerato dal popolo metafora della famiglia nel suo insieme, nella più alta espressione di unità, di forza e di solidità. Il rito della notte di Natale si svolgeva in un clima di profondo raccoglimento e di fervente attesa. Si preparava il “ Ciocco" addobbato con nastrini, foglie e fiori, lo si faceva benedire con l'Acqua Santa e lo si cospargeva di vino, grasso e varie essenze. Al momento dell'accensione, mentre si udiva solo lo scoppiettio della legna, la famiglia osservava la fiamma alla quale attribuiva poteri prodigiosi. Elevandosi nel suo continuo mutare, si leggevano nella forma della fiamma gli auspici per il futuro. La festa si concludeva con la sorpresa per i bambini. I piccoli venivano preventivamente allontanati dalla stanza per poter disporre intorno al camino doni di piccola entità: dolci, frutta e giocattoli, che venivano appesi o nascosti sotto la cenere. I bimbi, richiamati, si gettavano con foga alla ricerca dei regali che, una volta trovati, tenevano stretti con gioia nelle loro piccole mani. La fiamma doveva rimanere accesa almeno fino a Capodanno, questa volta era un grosso "Ceppo" che la doveva alimentare e se non bastava uno se ne aggiungevano altri. La scomparsa del camino in quasi tutte le case e le mutate usanze segnano l'inevitabile declino del "Ceppo". Questo termine in alcune famiglie si usa ancora ed è grazie a chi, ancora oggi, pronuncia questa parola che vengono tenuti accesi i ricordi e vive le tradizioni.

LA GIOCONDA TORNA A CASA

Il 13 Dicembre 1913, viene arrestato a Firenze Vincenzo Peruggia, autore del furto della “Gioconda” al Museo del Louvre di Parigi. La Gioconda è il ritratto più celebre della storia, eseguito da Leonardo Da Vinci a Lisa Gherardini, da qui "Monna Lisa", sposata con Francesco del Giocondo quindi “Gioconda”, committente dell'opera. Il dipinto, datato intorno al 1505, fu realizzato dall'artista nel Palazzo Gherardini di Via de' Gondi a Firenze, luogo adiacente alla propria temporanea abitazione. Il volto, indefinibile, elusivo, dal sorriso enigmatico e sensuale che si staglia sullo sfondo sfumato di un dolce paesaggio naturale, rende questa opera unica al mondo, eccelsa e inarrivabile. Lo stesso Leonardo una volta compiuta l'opera, ne rimase talmente affascinato da non volerla più cedere al suo committente. 
Vincenzo Peruggia, italiano della provincia di Varese era un operaio generico al Museo del Louvre. Fu chiamato con la sua squadra a montare l'opera Leonardesca all'interno di una teca di vetro e rimase follemente colpito dalla bellezza e dalla particolarità del dipinto. Spinto da un vento patriottico, ritenendo che l'opera fosse stata sottratta dai Francesi durante una delle loro invasioni, si convinse di potersene impadronire. L'estrema facilità di accesso alla sala e le scarse misure di sicurezza favorirono l'intento che ebbe compimento la mattina del 21 agosto 1911.
Capiamo insieme come avvenne il furto. La sera del 20 Agosto, Vincenzo Peruggia non esce dal museo dopo il suo turno, motivando il prolungamento dell'orario con la necessità di finire un importante lavoro. Durante la notte di lunedì 21 agosto, si reca nella sala dov'è esposta l'opera, approfittando dell'assoluta mancanza di sistemi d'allarme. Avendo montato lui stesso la teca di vetro, ne estrae con facilità il dipinto e nascondendolo sotto un grande soprabito si avvia celermente verso l'uscita. Esce senza alcun problema, anche per la complicità indiretta del custode che, forse a causa della chiusura settimanale del museo, non presta la giusta attenzione lasciandosi prendere dal sonno. 
Mentre Parigi e tutta la Francia sono sottosopra alla ricerca del quadro e le pagine dei quotidiani Francesi si riempiono di titoli drammatici, il dipinto si trova a Luino nella casa natale del Peruggia, appeso ad una parete della cucina in  modo da poterlo ammirare continuamente. Dopo circa due anni l'operaio del Louvre, in un momento di disagio economico, decide di disfarsi dell'opera, cercando di venderla ad un acquirente Italiano: la scelta ricade sulla persona dell'antiquario fiorentino Alfredo Geri, il quale dimostra subito il suo interesse per l'acquisto. Il Peruggia fissa la base di vendita calcolata in una somma consistente. L'antiquario accoglie l'invito a discuterne e fissa un incontro presso l' albergo Tripoli in Via Cerretani (ora Hotel Gioconda) ma chiede la presenza di un perito di fiducia. Fu chiamato l'allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi, che doveva appurare l'autenticità del dipinto. Il Peruggia accetta ed il 13 Dicembre si reca con il quadro all'appuntamento. Ritenuto autentico il Poggi e il Geri, dopo un accordo preventivo, ricorrono ad uno stratagemma per poter avvisare i Carabinieri. Le forze dell'ordine, avvertite dai due, arrestano il Peruggia in flagranza di reato. Vincenzo Peruggia sarà condannato ad un pena relativamente lieve, un anno e quindici giorni di reclusione.
La corte considerò che la motivazione del furto compiuto dal Peruggia fu quella di riportate in Italia la "Gioconda", secondo lui ingiustamente tenuta in mani Francesi e di avere cambiato idea successivamente, soltanto perché costretto da stringenti necessità economiche. In realtà il dipinto era assolutamente di pertinenza Francese in quanto acquistato nel 1516 da Francesco I° direttamente da Leonardo, al costo di 4000 ducati durante la permanenza dell'artista presso la residenza Regale di Amboise. L'estrema correttezza Italiana nella vicenda portò le Autorità Francesi ad accettare la richiesta del direttore degli Uffizi di potere esporre temporaneamente la "Monna Lisa" nella sala di Leonardo insieme agli altri due dipinti: l'"Annunciazione" e l'"Adorazione dei Magi". La mostra allestita nel Natale del 1913 fu visitata da migliaia di persone e si concluse trionfalmente nel febbraio del 1914.

L'INDIANO “ALL'INDIANO”

Il 1°Dicembre 1870 a Firenze, si compie il destino del ventenne Principe Rajaram Chuttraputti , Maharaja di Kolhapur. Il Principe, salito al trono di Kolhapur nell'India sud occidentale, allora protettorato Britannico, era un ottimo diplomatico e un appassionato di arte e di storia. Numerose le sue missioni all'estero durante le quali abbinava il suo mandato politico alla ricerca e allo studio dell'arte occidentale. Durante un viaggio di ritorno dall'Inghilterra, si ferma a Firenze, una delle sue mete preferite, prendendo alloggio, con il suo seguito, all'albergo La Pace , oggi Saint Regis Florence Hotel, in piazza Ognissanti. Durante il soggiorno partecipa attivamente a incontri con i maggiori accademici e studiosi Fiorentini e visita i più importanti e significativi luoghi culturali della città. Purtroppo dopo breve tempo e nonostante la giovane età, il Principe viene colto da un infarto fulminante. A niente vale l'intervento immediato per salvargli la vita di due noti medici Fiorentini , Ghinozzi e Cipriani, e dell'Inglese Wilson. La morte del Maharaja induce i suoi dignitari, in accordo con i parenti più stretti, ad organizzare la cerimonia funebre, che consisteva nella cremazione del defunto, in un luogo alla confluenza fra due fiumi, secondo i riti della Religione Induista. Le Autorità Fiorentine interpellate, individuano la zona nell'estrema parte occidentale delle Cascine dove il Mugnone confluisce con l'Arno. Alla prima ora del mattino del 1° Dicembre , la salma del Principe, seguita da un corteo composto da parenti, dignitari e personale di corte, abbigliati con colori vivaci e sgargianti, come è in uso nella comunità indiana, arriva nel luogo indicato. Approntata la pira con la raccolta di rami e sterpaglie fino a formare una grande catasta, viene deposta la salma, sparsi profumi, versati unguenti, balsami ed altre essenze, quindi appiccato il fuoco. Il rogo restituisce le ceneri che in parte sono versate nel fiume e in parte sono poste in una scatola d'oro, per essere poi riportate in patria. La madre del Principe volle ringraziare la Città di Firenze, donando una cospicua somma di denaro da devolvere a scopo di beneficenza. Dopo alcuni anni, sulla base di un accordo fra il Comune di Firenze e la Comunità indiana di Kolhapur, fu deciso di erigere un monumento a ricordo dell'evento. La particolare e sorprendente edicola con il busto di marmo in finitura policroma, fu progettata da un ufficiale dell'esercito Inglese ed eseguita dallo scultore Charles Francis Fuller . L'inaugurazione avvenne il 7 Giugno del 1874 alla presenza delle Autorità Italiane, Inglesi ed Indiane. In seguito l'ufficio comunale di toponomastica Fiorentino, tenendo conto dell'identificazione del luogo con l'evento, chiamato da tutti i Fiorentini “ all'Indiano”, dette il nome all'attuale piazzale per poi estenderlo anche al grande ponte sospeso a stralli, lungo tre chilometri, che dal 1978 attraversa la città da nord a sud.

JANE E LA GUERRA

Il 4 Dicembre del 1974 , Jane Fonda , statunitense di New York, uno dei volti più belli fra le attrici cinematografiche, figlia del grande attore e premio Oscar Henry Fonda, giunge a Firenze invitata alla rassegna del Festival dei Popoli. Jane Fonda, che all'epoca vantava numerosi riconoscimenti per la partecipazioni a film diretti dai più noti registi mondiali, inizia a dedicare molto del suo tempo ad attività impegnate nella politica e nel sociale. Siamo nel periodo della guerra del Vietnam. Jane e il marito Tom Hayden, schierati contro la guerra, si recano ad Hanoy e girano un documentario dal titolo "Introduction to the Enemy ". Nel filmato si evidenziano le atrocità delle truppe americane nei confronti dei Vietcong e della popolazione, la quale si oppone con un incredibile coraggio alla forza soverchiante degli invasori. L'incipit del documentario mostra la foto dell'attrice con l'elmetto in testa a fianco di un carrarmato Vietcong. Il documentario, proiettato in Patria nei circoli pacifisti, crea all'attrice molti problemi e censure ma l'attrice non cede e compie numerosi viaggi in Europa per estendere la protesta.  Arriva a Firenze nel 1974 e quella di Firenze sarà l'unica tappa Italiana. Al Palazzo dei Congressi, Jane, senza trucco ed in abiti dimessi, di fronte a mille persone fra cui molti politici, perora la causa con passione e determinazione chiedendo ufficialmente al Governo Italiano di prendere posizione contro la guerra. La partecipazione dell'attrice per una causa così importante, consentì al Festival dei Popoli, esistente dal 1959, di accrescere la propria popolarità che tutt'oggi mantiene. Negli ultimi anni Jane Fonda si è avvicinata al Cristianesimo, ha riveduto alcune posizioni del passato ma non ha mai rinnegato quanto fatto. Ancora oggi, all'età di settantanove anni, si proclama: liberale, femminista e antimilitarista.

TOPOLINO A FIRENZE

Il 31 Dicembre 1932 esce in esclusiva a Firenze "Il giornale di Topolino ". In America, il cartone Mickey Mouse sta segnando il momento di massimo successo della Walt Disney Corporation.  L'editore fiorentino Giuseppe Nerbini , che già lavora su riviste di umorismo e satira politica, periodici e giornalini per ragazzi, forte della sua ormai affermata notorietà, riesce ad ottenere dalla Disney la disponibilità del simbolo del celebre topo. Il primo numero del 1932 con l'effige di Topolino sulla parte alta della testata, è composto da otto pagine con all'interno storielle, vignette umoristiche e racconti in rima, inventate e scritte da Paolo Lorenzini, nipote del celebre Collodi. Tempo dopo, a seguito di varie vicissitudini di carattere contrattuale, l'editore è costretto a cambiare Topolino con Topo Lino e a ridisegnare il logo per mano del fumettista Giove Topp i. La pervicacia di Giuseppe Nerbin i non ha limiti e nel gennaio del 1933 riesce ad ottenere un contratto che gli consente di acquisire i diritti in Italia di tutti i fumetti della produzione Disneyana. Le pubblicazioni americane vengono affiancate a quelle Italiane e le settimanali "Avventure di Topolino " entrano in moltissime case italiane. Fra le tante, quelle più note sono: "Topolino aviatore", "Topolino Principe Azzurro", "Topolino e Orazio nel castello incantato" , "Topolino poliziotto", "Topolino contro il pirata" ed altri ancora. Nel dicembre del 1933, dall'America arrivano i fumetti di "Tim Tyler's Luck", che l'editore ribattezza con "Le Avventure di Cino e Franco ", presentati in formato tre colori. Nel gennaio del 1934 Giuseppe Nerbini muore colpito da una polmonite. Il povero Giuseppe aveva contratto la polmonite durante l'inverno recandosi ogni giorno sulla tomba del figlio Renato ucciso in Francia l'anno precedente a soli 27 anni e sepolto nel cimitero di Trespiano a Firenze. Incredibilmente, proprio nell'ottobre del 1934, esce " L'avventuroso" che Giuseppe Nerbini non vedrà ma che rappresenterà un grande asso nella manica Nerbiniana, una delle più fortunate avventure giornalistiche tra le due guerre. Nel giugno del 1935, dopo  una lunga trattativa iniziata da Giuseppe, con il coinvolgimento dell'arbitrato del Governo, il figlio Mario, succeduto al padre, cede i diritti di "Topolino" alla Mondadori, per un assegno di un milione di Lire, anche dietro pressione degli Americani che preferiscono un editore a carattere industriale ad un piccolo, anche se ben noto, editore locale. La cospicua cifra per la cessione dei diritti servirà alla Casa Fiorentina per immettere sul mercato nuove figure e personaggi. Vengono diffusi: "L'Avventuroso" con "L'uomo mascherato", "Flash Gordon" , "Mandrake" e "Tarzan". Nell'arco temporale che va dal 1938 al 1943  Nerbini, Mondadori, Salani (attraverso l'editore Inglese Collins) insieme a tanti altri editori, devono fare i conti con la censura fascista, particolarmente attenta ai contenuti che devono rispecchiare la retorica del potere. E così nei fumetti cominciano ad apparire simboli e bandiere sia naziste che Giapponesi, in ossequio al patto del'"asse", vengono cambiati i nomi originali dei personaggi e le storie imposte dal regime si tingono di eroismo patriottico inneggiando alla vittoria. Un esempio per tutti, "Tarzan" che diventa "Sigfrido", eroe ariano che se la prende con i poveri Africani. A causa dello scoppio della guerra, il 21 Dicembre del 1943 le testate vengono sospese per poi riaprire nel dicembre del 1945, nelle versioni originali. Mentre negli anni sessanta Mario Nerbini cede i diritti dei personaggi americani ai Fratelli Spada , "Topolino" continuerà ad essere pubblicato da Mondadori fino al 1988, per poi passare alla Disney Italia con sede in America. Dal 2013 "Topolino" tornerà definitivamente nel nostro paese, con la Panini Editori.

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